Davide Onida, logodesign e AI

Fermi tutti, è arrivata l’AI

L’arrivo dell’intelligenza artificiale nel mondo del design è stato accolto fin da subito con sentimenti contrastanti. Da una parte, nel settore del marketing e della comunicazione, si è diffusa una forte ansia, con la paura che l’AI potesse sostituire il lavoro creativo, abbassare il valore delle competenze e rendere superflua la figura del designer.
Dall’altra parte, molti clienti alla ricerca di un nuovo logo hanno visto nell’intelligenza artificiale la possibilità di ottenere autonomamente un risultato professionale, ritenendo che fosse sufficiente formulare correttamente un prompt per sostituire competenze ed esperienza progettuale, ma, come spesso accade con le grandi innovazioni, la realtà è più complessa e sta nel mezzo.

Per comprendere l’impatto reale dell’intelligenza artificiale sul graphic design è necessario prima capire come essa funziona. I sistemi di AI generativa non creano dal nulla ma partono da enormi quantità di dati disponibili sul web, li analizzano, li scompongono e infine li rielaborano. Il risultato che restituiscono non è altro che una risposta statisticamente plausibile a una richiesta dell’utente.

Proprio qui si genera il primo corto circuito. Spesso l’utente crede di sapere come dovrebbe essere rappresentato, affidandosi alla propria personale esperienza: ha già un’idea, un gusto personale e una preferenza estetica. L’intelligenza artificiale asseconda questa visione e la traduce in un’immagine che “somiglia” a ciò che l’utente aveva in mente. Il risultato può apparire approssimativamente corretto, e persino piacevole, ma non è mai davvero significativo.

Il designer, possiede qualcosa che l’AI non ha: l’empatia.
Progettare un’identità non significa eseguire una richiesta, ma ascoltare e saper interpretare, cercando di esplorare diversi punti di vista, spesso ribaltandoli.
Il designer è anche, in parte, uno psicologo che scava nell’anima del cliente e nell’identità dell’azienda, proiettandosi nel contesto del mercato in cui il cliente vuole affacciarsi. Riordina e stabilisce delle priorità, elimina il superfluo e costruisce un’idea, un concept e quindi una strategia di marketing.

Oggi ogni brand designer competente utilizza l’AI come un assistente utile per snellire processi meccanici e accelerare alcune fasi operative. Nei prossimi mesi sarà sempre più così, ma l’AI subentra dopo che la strategia ha trovato una direzione e inizia ad avere un potenziale. L’intelligenza artificiale può elaborare e generare forme e significanti, ma non attribuire loro un significato autentico.

C’è poi un aspetto spesso sottovalutato, l’AI ha bisogno di alimentarsi costantemente con nuove fonti per svilupparsi e crescere, fonti che possono arrivare solo dalla creatività umana. L’AI rielabora ciò che esiste. Il rapporto tra designer e AI è quindi circolare: il designer alimenta l’AI e l’AI supporta il designer.

Come sta già accadendo in altri settori, anche nel design il ruolo del professionista si sta spostando sempre più verso il lato decisionale.
Il designer pensa e prende decisioni, mentre l’intelligenza artificiale snellisce tutto ciò che è esecutivo. Questo non rende la tecnica superflua, al contrario, diventa indispensabile per garantire qualità, controllo e coerenza, aspetti che l’AI, per sua natura, non riesce a ottenere, elaborando una generazione solo approssimativa dei contenuti.
Lo stesso processo è evidente, ad esempio, nel mondo della UX/UI design.
Oggi, con un uso consapevole di strumenti come Figma, è possibile arrivare a produrre un design pronto per essere tradotto in codice dal software. I ruoli di UI designer e UI developer si stanno progressivamente avvicinando, fino a fondersi.
Comprendere questa evoluzione è fondamentale perchè chi progetta deve spostarsi sempre più al centro del processo, avere una visione d’insieme e garantire la qualità del prodotto, coltivando al tempo stesso uno stile personale capace di generare unicità e autenticità.
Se da questo momento ogni nuovo marchio fosse realizzato esclusivamente dall’intelligenza artificiale, nel giro di pochi anni ci troveremmo, infatti, davanti a una distesa infinita di loghi simili, intercambiabili e privi di carattere, semplicemente perché statisticamente corretti. Sarebbe la nascita di una nuova omogeneità visiva, una pangea di segni che soddisfano la media, ma non raccontano identità reali.
Paradossalmente un buon marchio emergerebbe anche più facilmente!

Il flusso dell’intelligenza artificiale è ormai chiaro. È una corrente potente, impossibile da contrastare o arginare. Possiamo subirla oppure imparare a seguirla con consapevolezza, scegliendo però la direzione in cui nuotare. Conoscere a fondo questo potentissimo strumento e comprenderne la natura significa trasformarlo in ciò che dovrebbe essere, ovvero un assistente virtuale che ci accompagna in un percorso in cui l’ottimizzazione del tempo e l’autenticità stanno diventando la nuova, vera chiave del successo.

Davide Onida, logodesign e AI