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Il contratto tra designer e AI agent nell’Experience Design

Negli ultimi anni il design ha vissuto una trasformazione profonda, meno evidente di altre rivoluzioni tecnologiche ma molto più incisiva sul piano culturale.
Non è cambiato soltanto ciò che progettiamo, ma il contesto stesso in cui il design opera. L’intelligenza artificiale non è più un’estensione opzionale dell’esperienza, piuttosto è diventata l’ambiente in cui l’esperienza prende forma, la cui chiave di lettura sta soprattutto nel significato.

Per molto tempo il design si è identificato con l’interfaccia, definendo flussi e gerarchie chiare, dove ogni decisione veniva tradotta in forme e interazioni.
Oggi questo modello mostra i suoi limiti, infatti le esperienze più avanzate non cercano più attenzione ma comprensione, esigendo sistemi che osservano, inferiscono, anticipano i bisogni dell’utente, non reagendo semplicemente a un input ma costruendo man mano il flusso sulla base di un’intenzione stimata.
In questo scenario il designer smette di disegnare una forma definitiva e inizia a progettare un sistema di possibilità, un insieme di regole, priorità e vincoli entro cui l’esperienza può adattarsi al contesto e alla persona.

L’esperienza viene quindi delegata ad agenti intelligenti, AI agent, che esplorano, filtrano, sintetizzano e decidono per l’utente. L’esperienza diventa indiretta, ricomposta da sistemi che interpretano e scelgono.
In questo passaggio il designer ha il compito di predisporre gli elementi in gioco, button, card, alert, per essere compresi anche da chi non è umano, trasformando di fatto l’atomic design (atomi, molecole e organismi) da una mera questione estetica a una disciplina semantica.
Ovviamente ci sono dei limiti etici entro cui sia il designer sia l’AI possono muoversi. In un ecosistema saturo di contenuti generativi, la fiducia non nasce dalla perfezione, ma dalla trasparenza che definisce il confine tra autonomia dell’intelligenza artificiale e controllo umano, facendo sì che la tecnologia smetta di sembrare aliena e inizi a essere percepita come collaborativa.

Questo cambio di paradigma si riflette anche nei design system, che non possono più essere intesi come librerie statiche di componenti, ma diventano infrastrutture vive, condivise tra persone e macchine, capaci di trasmettere coerenza, intenzione e direzione.
Le macchine stanno imparando a ragionare, a simulare catene di pensiero, a riflettere sui propri output, ma mentre la tecnologia accelera, il significato resta una responsabilità umana.
Il design diventa il luogo in cui il significato viene protetto, tradotto e fatto viaggiare attraverso contesti sempre più complessi. Per quanto le macchine possano supportare il designer, non si può delegare questa responsabilità a nessun algoritmo.
Non stiamo assistendo alla fine del design human centered, ma alla sua evoluzione più matura.

Il Design System come un insieme di “intenzioni”

Un Design System moderno non è più una semplice libreria di componenti, ma un contratto di comportamento tra persone, macchine e brand. Non descrive soltanto come un’interfaccia appare, definisce come si comporta, come reagisce al contesto e come prende decisioni in modo coerente e responsabile. È l’infrastruttura che tiene insieme intenzione progettuale ed esecuzione tecnica, rendendo esplicito ciò che prima restava implicito nelle scelte di stile.

Questa evoluzione passa dalla definizione di token primitivi e token semantici, dove i secondi includono e interpretano i primi. I token primitivi rappresentano valori di base, colore, spaziatura, tipografia. I token semantici, invece, traducono quei valori in intenzioni, feedback, stati, priorità. Non sono semplici variabili, ma unità di significato condiviso, capaci di collegare design e sviluppo su un piano comune. Quando l’intero team lavora sugli stessi token, il Design System smette di essere un artefatto documentale e diventa un ambiente collaborativo, in cui ogni contributo rafforza la coerenza dell’insieme eliminando di fatto il divario che c’è sempre stato tra team di design e team di sviluppo in cui lo stesso progetto aveva in comune solo la grafica.

Facciamo un esempio pratico: in passato il background di un warning poteva essere definito da una variabile generica come $orange-color. Oggi questo approccio non è più sufficiente, perché in questo modo il colore non coincide con il significato, ma ne rappresenta soltanto una manifestazione visiva.
La variabile dovrebbe esplicitare il proprio utilizzo attraverso una nomenclatura come $warning-color, o ancora meglio $color-feedback-warning-low, perché ciò che conta non è l’arancione in sé, ma l’intenzione di comunicare uno stato di allerta. Questo livello semantico permette anche agli AI agent di ragionare in termini di intenzione e non di stile.

All’interno di uno spazio decisionale progettato dal designer, l’agente può scegliere se il feedback debba essere informativo, di avviso o critico, modulare il grado di confidenza con cui presenta l’informazione e definire la modalità di interazione più appropriata, suggerire, assistere o agire.
Di fronte a un’azione rischiosa ma reversibile potrebbe limitarsi a proporre un’alternativa. In un caso irreversibile potrebbe aumentare il livello di intervento, fino a bloccare temporaneamente l’azione spiegandone le ragioni.

Il punto centrale è che l’agente non inventa il comportamento, si muove entro regole, soglie e parametri definiti nel Design System.
Il designer non progetta più singole schermate o stati isolati, stabilisce quali opzioni siano legittime, in quali condizioni possano essere attivate e come debbano evolvere nel tempo.

In questo modello i parametri sono condivisi, immediatamente utilizzabili in sviluppo e pensati per crescere attraverso contributi continui. Designer e sviluppatori lavorano sullo stesso impianto e con lo stesso linguaggio, lo aggiornano con push successivi e ne guidano l’evoluzione collettiva.
L’interfaccia smette di essere una superficie statica e diventa un organismo coerente e adattivo, capace di riconfigurarsi a ogni interazione senza perdere identità. Ogni esperienza non è una variazione casuale, ma una configurazione intenzionale del sistema, modellata sull’utente e sostenuta da un impianto progettuale solido.

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Un’identità visiva efficace nasce da metodo, cultura del progetto e visione strategica.

Ogni logo che realizzo è il risultato di un’analisi attenta del contesto, dei valori e degli obiettivi del brand, seguita da una ricerca formale e concettuale mirata. Il design diventa così uno strumento di sintesi: essenziale, riconoscibile e coerente nel tempo.
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