Esterno e interno in serie.

La musica come mezzo

Mi piace l’arte a trecentosessanta gradi. Tutto ciò che è espressione artistica mi affascina. La magia è sempre la stessa, quella che unisce idee, intuizioni ed esplorazioni che sfociano poi in un prodotto tangibile, capace di esprimere una visione del mondo personale e intima.

Mi piace l’arte a trecentosessanta gradi. Tutto ciò che è espressione artistica mi affascina, la magia è sempre la stessa, quella che unisce idee, intuizioni ed esplorazioni che sfociano poi in un prodotto tangibile, capace di esprimere una visione del mondo personale e intima.

Ho preso una chitarra tra le braccia per la prima volta alle scuole medie, è stato amore a prima vista, diventando da subito uno dei primi mezzi con cui ho potuto esplorare emozioni, tensioni ed energia contemporaneamente. Mi incuriosivano i diversi suoni che uscivano dal mio stereo, e che provavo a riprodurre. Ascoltavo le melodie provenienti da tutto il mondo, che passavano attraverso i cd-rom in regalo con alcune riviste. Tuttora ascolto qualsiasi suono, musica o sperimentazione melodica che possa in qualche modo contaminarmi in una direzione nuova.

Con un’impostazione rudimentale e una cieca devozione alle melodie ancestrali, quella con una nota fissa su cui si muovono le scale, provo ancora adesso a trattare qualsiasi progetto musicale come una sfida in cui sintesi e innovazione devono essere la chiave.

Questo attaccamento alla musica cruda e nuda è sicuramente dovuto alla mia giovanissima esperienza in una versione dei tenores sardi, in cui facevo la parte de “su bassu”, e dove tre semplici linee melodiche più sa oghe si rincorrevano creando accordi così antichi da sentirli vibrare nel proprio DNA, con una forza capace di renderli immortali nei secoli.

Oltre a far parte de Su Cuntzertu Minore, esploravo anche le ritmiche blues e funky, e la sincerità e la semplicità del punk, creando nella mia testa un melting pot di suoni crudi e imperfetti ma sinceri. Tante esperienze diverse, forse opposte, ma che mi hanno offerto punti di vista alternativi sulla musica e mi hanno suggerito una traiettoria analoga nel design.

Per me il processo di creazione musicale è molto simile a quello grafico. Per arrivare a una soluzione di sintesi e forza, mi lascio ispirare da tante idee, da processi artistici e da modi sempre nuovi di ribaltare ciò che ho davanti, cercando quell’elasticità mentale che mantiene la fantasia costantemente in esercizio. Ne ho bisogno per vivere, per avere gli stimoli giusti che diano un senso al lavoro che faccio e alle scelte che intraprendo.

Per me il processo di creazione musicale è molto simile a quello grafico. Per arrivare a una soluzione di sintesi e forza, mi lascio ispirare da tante idee, da processi artistici e da modi sempre nuovi di ribaltare ciò che ho davanti, cercando quell’elasticità mentale che mantiene la fantasia costantemente in esercizio. Ne ho bisogno per vivere, per avere gli stimoli giusti che diano un senso al lavoro che faccio e alle scelte che intraprendo.

Ho iniziato il mio percorso musicale con la chitarra suonando punk con una prima band, i No Smoking, il cui logo era già un gioco di significato, un simbolo di divieto con dietro un papillon.
In seguito mi sono imbattuto in diverse cover band, da Hendrix ai Red Hot Chili Peppers, dai Primus a una rivisitazione moderna dei Beatles. E infine sono arrivati i due progetti a cui sono più legato, The Redrum Experience e i Factory Kids.

The Redrum Experience è stato un gruppo funky nato nella periferia di Cagliari, con cui mi sono divertito tantissimo. La voce, Alessandro Pinna, autore dei testi, rappava con una metrica old school che, combinata con i suoni funky californiani e il crossover, dava a questo groove un carattere tutto suo. Io creavo i riff insieme al bassista Giancarlo Coghe e al batterista Nicola Guiso, contaminandoli anche con alcuni temi blues ed etnici. Sul palco saltavamo come cavallette e ridevamo, tanto, giocando con tempi musicali mai troppo ortodossi e regolari. Era il nostro modo di vivere la musica, sporca ma ricercata. Tra i pezzi di spicco c’è Il Confine Labile che è stato fatto girare da diverse radio (alla nostra portata).

Per la band ho progettato anche l’identità visiva e le cover dei due album, Jailbreak e Sig. Nessuno, che esprimono appieno questa idea di energia da liberare con sincerità e immediatezza. La musica è ancora ascoltabile su Spotify.

Il progetto è stato raccontato, tra gli altri, da Rockit (per Jailbreak e per Sig. Nessuno), Sardinia Post, Il Megafono e Musica Italiana Emergente.

I Factory Kids, invece, sono la mia band attuale. Qui i suoni sono più british e radiofonici, si sente l’influenza dei Beatles in primis, di cui siamo dei grandissimi adoratori. Personalmente mi affascina il modo in cui, in quasi tutte le loro canzoni, i Fab Four arrivavano a una soluzione mai banale ma che filava come se lo fosse. Le loro contaminazioni venivano da tutto il mondo e il loro modo di vedere la propria vita come arte da raccontare li ha trasformati in legenda. Con i FK band i suoni si sono plasmati e compattati, con sonorità vicine agli Strokes e ai Green Day. Con questa formazione abbiamo vinto l’Arezzo Wave Sardegna nel 2024, arrivando secondi in altri due dei tre anni in cui abbiamo partecipato. Il risultato è decisamente orecchiabile, ruota principalmente intorno alle idee di Alberto Cibin (il cantante della band) con la musica che cresce attorno a una storia raccontata in modo semplice e schietto.

Anche qui mi sono occupato della parte grafica, del logo e delle cover degli album. Il concetto di base era sfottere il capitalismo facendo diventare la nostra musica (tutt’altro che commerciale) un prodotto di marketing, seriale che di fatto, estende il significato del nome della band.
Sul fronte musicale il processo era corale, di solito un brano nasceva da un’idea di Alberto Cibin, testo e musica, e da lì tutta la band ci lavorava sopra, rielaborandola e stravolgendola finché il pezzo non ci rappresentasse appieno. In questo lavoro ho infilato anche alcuni miei pezzi come Babylon e Trampolines and Caravans, dove il testo è stato scritto insieme ad Alberto. La musica è ascoltabile su Spotify.

Il progetto è stato raccontato, tra gli altri, da Nemesis Magazine, Allternative, Rockit e Arezzo Wave.

Design e musica, per me, non sono due mondi separati. In entrambi parto da un’intuizione e cerco di darle una forma riconoscibile, che resti. La chitarra mi ha insegnato ad ascoltare, a lasciare spazio all’imperfezione e a cercare il suono giusto invece di quello corretto, e a farlo insieme ai miei amici della band, perché questo è un lavoro di squadra, molto più corale di quanto si possa immaginare.
L’arte, in fondo, è sempre lo stesso gesto, prendere qualcosa che senti dentro e renderlo condivisibile, da solo o in gruppo con persone che hanno una direzione vicina (ma non troppo) alla tua.